Sorridi, piccola
Alcune volte penso di percepire i filamenti agli angoli della mia bocca che tirano la mia pelle verso l’alto. Li sento scorrere nel mio viso, guidare i miei movimenti quando parlo, quando mangio, quando facciamo l’amore e lui mi chiede di “fargli sentire che mi piace”.
Inizialmente, nelle prime settimane dopo L’Intervento, mi svegliavo annaspando nella notte, il mio intero viso in fiamme dopo i movimenti improvvisi, e in lacrime pregavo Gabriel di accendere la luce per controllare la mia bocca. Lui appoggiava i suoi pollici sui cerotti ai lati della mia bocca e le dita sul mio collo e diceva: “Non ti preoccupare, piccola, sorridi ancora.”
Il dottore aveva detto: “Non ti preoccupare, da oggi sorriderai sempre. I filamenti sono forti come acciaio, ma sottili come ragnatele, non sentirai niente!”
Dopo un po’ posso poi finalmente togliere i cerotti, anche se il dolore non è ancora passato del tutto. Mi sorprendo quando, dolente ed esausta da un'altra notte di incubi, esco dalla vasca da bagno, e mi guardo sorridente allo specchio. Sobbalzo quando una delle Ragazze mi avvolge nell’asciugamano.
“Siete bellissima, Signora,” dice, “Avete già pensato a quali gemme scegliere? O li smalterete?”
Sorridente la fulmino attraverso lo specchio e lei ci mette un po’ a capire di aver esagerato: le Ragazze non sono impiegate per chiacchierare o fare le ficcanaso in questa casa.
“Perdonatemi,” si affretta a scusarsi, “È solo che darei tutto per un sorriso così.”
L’altra Ragazza è silenziosa.
Quando mi hanno vestita e acconciato i miei capelli le mando via e rimango sola davanti allo specchio. Osservo i miei denti, ora costantemente visibili, e penso a mia madre; lei li aveva smaltati. Ho passato gran parte della mia infanzia ad osservare il brillante sorriso madreperla di mia madre, imitandolo allo specchio, scorrendo la lingua lungo i miei denti e fantasticando come avrei deciso di decorarli dopo L’Intervento. Ora, a due settimane dall’appuntamento dal dentista, non ho idea di cosa voglio. A mia madre non piacciono le gemme, le trova vanesie, ma a Gabriel forse sì. A lui piace mettersi in mostra e riesco ad immaginarmi, sorridente e dai denti brillantati al suo fianco quando si mette la sua camicia con i bottoni ti topazio.
Non capisco il motivo di tutta questa stanchezza, ora che tutto dovrebbe essere più facile. Sorrido sempre senza neanche pensarci, senza costantemente contrarre i muscoli del mio viso, senza le emicranie che mi spaccavano la testa in due dopo giornate particolarmente piene di impegni sociali, o peggio, senza Lo Spasmo. Dopo le superiori mi era successo solo una volta ed era stata la rovina di un promettente accordo che Gabriel aveva sperato di concludere fra la sua azienda e quella del Signor Alarie.
Lo Spasmo era cominciato la sera precedente alla cena prenotata per quattro da Alarie al ristorante più costoso della città, per festeggiare informalmente l’accordo prima di finalizzarlo ufficialmente il giorno successivo in azienda. Eravamo tornati da un evento di beneficenza e già in macchina, mentre il Ragazzo ci portava a casa, il mio viso aveva iniziato ad essere scosso da fremiti. E mentre cercavo disperatamente di controllare l’alternarsi di sorrisi ed orribili smorfie, Gabriel era diventato sempre più ansioso, ripetendomi ancora e ancora che “per domani sera dovevo essere a posto però”. Annuii per evitare di sputacchiare parole senza senso. A casa passai la notte a massaggiarmi il viso con olio di lavanda inizialmente, poi con creme anestetizzanti durante il giorno successivo, ma Lo Spasmo persistette fino a sera. Gabriel sbraitò, si strappò singhiozzando alcune ciocche di capelli dalla testa pregandomi di “sorridere, cazzo”, ma non ci fu nulla da fare. Il Signor Alarie e sua moglie, che in quanto già ventenne aveva potuto sottoporsi a L’Intervento qualche mese prima e non aveva quindi Lo Spasmo da temere, si ritrovarono al ristorante da soli e l’accordo saltò.
Quella notte, quando finalmente la mia bocca smise di contrarsi e sentii le lacrime accarezzarmi il viso, mi pentii di tutte le parole cattive mai dette alle mie compagne di scuola nei giorni in cui alcune di loro erano state sopraffatte da Lo Spasmo.
Quando usciamo per la prima volta dopo L’Intervento sono in ansia anche se non ho nulla di cui preoccuparmi e Gabriel preme le sue dita sulla mia nuca tirandomi a sé per un bacio.
“Ehi, è tutto a posto. Ora sorridi, piccola” mi rammenta.
Andiamo a bere cocktail con Marc e Claire. Tira un vento gelido e quando entriamo nel locale dove ci siamo dati appuntamento i miei denti mi dolgono dal freddo. Passo la lingua su di essi nel tentativo di scaldarli e lo sguardo di Marc scatta alla mia bocca.
“Accipicchia, che sorriso, ma tu eri comunque sempre brava a tenerlo anche prima de L’Intervento. Quando vai dal dentista per questi splendidi denti che sono ancora tutti nudi?”
“Martedì” risponde Gabriel.
L’amico prende il viso di Claire e passa il pollice sui suoi incisivi luccicanti, indugiando sulla punta del canino sinistro e poi premendo sul labbro inferiore.
“Io sceglierei le gemme, mi piace passarci la lingua sopra quando la bacio.”
Claire sorride e io sorrido di ricambio.
Domenica, quando le Ragazze mi asciugano, depilano e vestono dopo un bagno, chiedo: “Cosa mi starebbe meglio? Con gemme o smaltati?”
Gli occhi della ragazza sulla mia destra luccicano come diamanti.
“Entrambe ovviamente, siete così bella! Io però sceglierei le gemme se potessi, ho sentito che agli uomini piace! Però i denti smaltati hanno una tale eleganza classica!”
Guardo i miei incisivi ancora bianchi e vuoti allo specchio e la Ragazza sospira.
“Ancora qualche anno e poi sarò piena di rughe e imbronciata, nessuno mi vorrà e sarò per sempre sola e orribile. Non sapete quanto vi invidio, Signora!”
Per questo meriterebbe uno schiaffo, ma mi volto invece verso la Ragazza sulla mia sinistra: “E tu? Cosa mi consigli?”
Lei abbassa lo sguardo e bisbiglia qualcosa come: “Non so.”
“Parla bene, rispondimi,” la rimprovero.
Fisso la repulsiva linea dritta delle sue labbra attraverso lo specchio e infine lei dice: “Io non credo che vorrei mai fare L’Intervento.”
Mi giro, le colpisco il viso con violenza e urlo, “Fuori! Fuori!”, poi gemo quando sento i filamenti bruciare sotto la mia pelle dopo l’improvviso strattone. La mia faccia non è fatta per muoversi in questa maniera.
Rimango singhiozzando accovacciata sulle fredde piastrelle di marmo coprendomi la bocca con le mani e i miei denti si piantano nella mia carne fino quasi a tagliarla. Le Ragazze non osano tornare e così è Gabriel a trovarmi quando torna da lavoro quella sera.
“Ma cosa stai facendo, piccola, sei impazzita?” mi chiede mentre mi raccoglie e mi porta sul letto.
Crollo esausta e mi sveglio ancora nuda e terrorizzata a fianco di mio marito nella notte.
“Gabriel,” lo scuoto, “Gabriel,” lo chiamo disperata.
Lui accende la luce con un brontolio: “Cosa c’è ora?”
Sto già piangendo quando gli chiedo: “Ma mi ameresti ancora se non avessi fatto L’Intervento?”
Lui sorride ricambiando il mio: “Ora ti amo ancora di più.”
Lo Spasmo mi parte dal petto, questa volta. Mi scuote violentemente, il viso mi trema e urlo lacerata dal dolore. Non smetto più.
“Ohi, ma che fai, piccola?” dice Gabriel e sento l’ansia stringere la sua voce come una tenaglia.
Posa le sue mani sulle mie spalle: “Ma che fai? Smettila.”
Ma non riesco a smettere.
Le sue dita si chiudono sul mio collo e Gabriel mi scuote ancora più forte de Lo Spasmo: “Ora basta, sorridi, piccola. Ora devi sorridere.”
Sorrido ancora mentre sento i filamenti spezzarsi e la mia bocca spalancarsi e rido improvvisamente e forte quando porto le dita di mio marito alle mie labbra e ci sprofondo i denti, assaporando assetata il suo sangue.
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